“Quello che più mi preoccupa è la decadenza del gusto”

Chesil

In Editoria Indipendente, Interviste Posted

Nata nel 2010, la milanese Hypnos si è ormai da tempo imposta come un punto di riferimento editoriale per gli appassionati della letteratura fantastica, portando in Italia inediti del passato e del presente di assoluto valore. Al recente Salone della Cultura di Milano abbiamo avuto modo di conoscere il creatore e titolare della casa editrice, Andrea Achille Vaccaro, che alla nostra richiesta di un’intervista si è dimostrato estremamente disponibile. Lo ringraziamo per la bella chiacchierata che ne è nata.

Dunque, partiamo dalle basi. Hypnos si fonda su un termine che forse non è conosciuto troppo dal lettore medio: weird. Puoi spiegare in poche parole in cosa consiste la weird fiction?
L’impresa non è certo semplice, anche perché la definizione di weird non ha un vero e proprio corrispettivo in italiano, la cui traduzione sarebbe “strano” o “bizzarro”.

Sì, infatti.
La weird fiction appartiene al genere più allargato del fantastico, e può includere quindi diverse declinazioni del fantastico stesso, dal fantasy alla fantascienza sino all’horror. Il weird classico nasce dalle pagine della rivista Weird Tales, che pubblicava racconti di genere fantastico, horror, fantascienza, e che è stata la principale vetrina di autori quali Lovecraft, Smith o Howard. Quindi la definizione stessa ha un’origine più storica che concettuale, per così dire.
Possiamo pensare al weird come appunto a “strane storie”, in cui il fantastico irrompe nella realtà in maniera a volte più sottile (vedi le classiche storie di fantasmi) altre in modo più massiccio e anche violento (esempio più lampante l’universo e al mitologia creata da H.P. Lovecraft).
Come ha detto una volta Giuseppe Lippi, tra i massimi esperti del fantastico, prendete un racconto fantastico, se non vi sembra del tutto fantasy, del tutto di fantascienza o del tutto horror, be’, allora è weird!
Forse più che un genere lo vedrei come una modalità per approcciarsi alla realtà, e quindi può toccare le corde dei lettori più diversi.

Che è di fatto ciò che le prime riviste specializzate, come Der Orchideengarten e Weird Tales, facevano: si disinteressavano dell’etichetta da dare al racconto specifico, finendo per creare un corpo indefinibile, “strano” appunto. È così?
Hai perfettamente ragione. Le etichette arrivano sempre dopo, in primis c’è sempre la letteratura. Le due riviste che citi, pur nel loro diverso approccio alla letteratura e alla sua diffusione, avevano una ben chiara idea dell’importanza dell’elemento fantastico tout court.

A proposito di Der Orchideengarten; quest’anno cade il 100o anniversario dalla nascita di una realtà editoriale dalla vita piuttosto breve, un triennio scarso, ma dall’importanza enorme. Se nell’immediato portò a influenzare direttamente il mondo di genere oltreoceano, portando alla nascita di Weird Tales, c’è un’eredità tracciabile nell’editoria (e letteratura in generale) weird di oggi?
Sinceramente credo che l’influenza che Der Orchideengarten abbia avuto sull’editoria fantastica sia stata piuttosto esigua. Ben più importante è stata forse la sua funzione di vetrina per alcuni illustratori. Der Orchideengarten si proponeva come una rivista per un pubblico di letterati, che vuole dimostrare come il fantastico possa essere una chiave, se non l’unica vera chiave, interpretativa della realtà. Weird Tales nasce come rivista pulp, popolare, quindi un approccio totalmente differente. Sinceramente non so se Der Orchideengarten abbia avuto una qualche influenza sul progetto di Weird Tales, anche perché rimase confinata alla Germania stessa, malgrado pubblicasse autori anche d’oltreceano. Di certo nella rivista si ritrovano tematiche che poi furono più volte riprese nella letteratura fantastica, e non solo europea, successiva. Quello che stupisce dei racconti presenti nei numeri della rivista è la qualità dei racconti stessi, a volte veri e propri precursori.

Hai citato le straordinarie illustrazioni di Der Orchideengarten, che probabilmente ora sono più ammirate dei contenuti letterari stessi; la stessa Weird Tales considerava la componente visiva una pedina fondamentale. Non ti sembra che questo si sia perso, che ci sia molta meno ricercatezza al riguardo? Penso, guardando a casa nostra, alla differenza – a mio avviso netta, ma è un parere personale forse ingeneroso – tra le copertine Urania dei primi decenni e quelle attuali.
Più che alle copertine di Urania, che comunque mantengono ancora dei buoni standard, mi viene da pensare più in generale all’editoria e, paradossalmente, proprio all’editoria di genere (in questo caso fantastico), in cui l’aspetto grafico, dalle copertine sino alla cura dell’impaginazione e via dicendo, è sempre meno curato. Questo purtroppo è anche un riflesso della crisi dell’editoria, un mondo in netta crisi, in cui si cerca sempre più di abbassare i costi, a discapito della qualità del prodotto. Ma quello che più mi preoccupa è anche la decadenza del “gusto”. Quello che più mi spaventa è che certe copertine, certe grafiche, siano trovate “belle”.

Esatto, sono perfettamente d’accordo. Non credo neppure che la componente economica, pur esistente, sia il fattore determinante. È questione proprio di un gusto rivolto verso il basso dagli stessi editori.
Forse spesso “ci si convince” che qualcosa sia buono. In ogni caso il concetto di rivista, con illustrazioni importanti, una curatela grafica di livello e una grande attenzione alla parte visiva, è ormai un miraggio. C’è da dire che oggi il fumetto ha in un certo senso preso il sopravvento da questo punto di vista ed è la forma d’arte che meglio coniuga immagine e parole.

“La prima miopia è degli editori. Laird Barron è uno dei grandi dell’horror contemporaneo e siamo gli unici ad averlo pubblicato”

La vostra rivista cerca però di convincere il contrario, di mostrare che un’inversione di tendenza sia ancora possibile. Così chiedo cosa significhi dar vita oggi a 1) una rivista di letteratura settoriale come quella fantastica 2) una rivista che cerca di essere all’altezza in tutti gli aspetti editoriali sopracitati 3) una rivista che vuole essere polso del panorama attuale, portando in Italia autori altrimenti destinati a rimanere sconosciuti (forse l’eredità di Der Orchideengarten l’avete accettata voi!)
Innanzitutto significa credere in un progetto, partendo da un presupposto: il rispetto per il lettore. Purtroppo molto spesso nella società odierna, come si diceva prima riguardo all’illustrazione, si tende ad andare verso il ribasso. Diminuire le aspettative e così allargare la fascia di pubblico/utenti, con la convinzione che chi si trova dall’altra parte sia, in un certo qual modo “aggirabile”. Borges diceva che è più difficile essere un buon lettore che un buon scrittore, e aveva ragione. Io mi ritengo in primis un lettore, e poi un editore. Quando insegno, voglio essere in primis studente, e poi insegnante. Non per voler annullare i ruoli o per appiattire il tutto, ma proprio per avere ben presente il rispetto per le persone per cui e con cui si lavora.
Torno ai tre punti specifici.
Fare una rivista settoriale credo che sia una scelta ormai obbligata. In un mondo così “ampio”, in cui i confini paiono sempre più allargati, in cui l’orizzonte non è più visibile, circoscrivere credo che possa essere l’unica via. Fare una rivista dedicata esclusivamente alla letteratura weird/fantastica significa da una parte confrontarsi con una tradizione e soprattutto con un pubblico di lettori che ha una solida base di conoscenze nel campo. D’altra parte lo scopo è anche quello di allargare questo pubblico, di far capire come un certo tipo di letteratura può essere attuale e importante, attraverso le opere di autori sia classici che moderni e contemporanei. Quindi la rivista cerca di mostrare la vitalità di un genere, che può appassionare giovani lettori e sempre soddisfare anche un pubblico più esperto. Non per nulla quasi la totalità del materiale che pubblichiamo sulla rivista (e in generale come casa editrice) è inedito in Italia, anche quando si tratta di autori classici.

Infatti, a proposito di allargare il pubblico, la vostra prima pubblicazione fu Il Re in Giallo, che anticipò di qualche anno il successo di True Detective. Così come avete dato la possibilità di confrontare fonte letteraria e trasposizione filmica di opere come Alraune e La Bestia dalle Cinque Dita, classici ora forse più del cinema che della letteratura. Ti chiedo quindi qual è il tuo rapporto con il medium audiovisivo e nello specifico cosa pensi del successo di horror e fantastico nelle serie televisive attuali, se queste abbiano preso il sopravvento nella divulgazione dei genere. Non che sia un processo nuovo, in fondo molti classici del cinema provengono da una fonte letteraria che raramente conosciamo direttamente, ma chiedo se secondo te questa forbice si sia allargata.
Sono un grande appassionato di cinema e televisione, anche se la rivista è incentrata sull’aspetto letterario del fantastico. Molte delle nostre pubblicazioni hanno tuttavia forti contatti con il mondo del cinema e della televisione. True Detective è una serie, almeno nella sua prima stagione, genuinamente weird e se Il Re in Giallo viene apertamente citato (ma l’influenza di Chambers sulla serie si ferma alla pura e semplice citazione), altri sono gli autori che hanno influenzato fortemente Pizzolatto, Thomas Ligotti e Laird Barron, quest’ultimo in particolare nel romanzo La cerimonia, da noi pubblicato nella collana Modern Weird.
Spesso sento dire: ma con tutto il successo che hanno i film fantasy, horror e di fantascienza, perché lo stesso non accade con i libri? Molto semplicemente, a far la differenza non è il genere, ma il mezzo. Vedere fantascienza, non vuol dire leggere fantascienza. Vedere weird è una cosa (tante le serie weird di gran livello uscite negli ultimi anni, tra le più recenti mi vengono in mente la serie francese Les Revenants, la tedesca Dark e la statunitense The OA), leggere è un’altra. E questo perché? Innanzitutto la lettura è una pratica “attiva”, si sceglie non solo cosa leggere ma si deve scegliere DI leggere. Con l’audiovisivo è diverso, si tratta di un’attività per lo più imposta, “passiva”, la scelta è limitata a COSA vedere, non se vedere. Sulla questione forbice, be’, credo che non sia cambiato molto, il rapporto cinema e letteratura è sempre stato consolidato, e lo è tuttora. In ogni caso cinema e televisione possono contribuire ad avvicinare il pubblico alla letteratura fantastica più di quanto lo avvicinino alla letteratura mainstream. Su questo, forse, abbiamo un vantaggio.

Sono più che d’accordo sulla fruizione attiva (e quindi molto più impegnativa) della letteratura rispetto a cinema e tv, ma mi chiedo anche se questo non abbia portato a impigrire fino a uno stallo mortifero non tanto i lettori, quando editori e soprattutto distributori e librai. Se un neo-cinefilo vuole costruirsi un sommario ma soddisfacente iter dalle origini a oggi del cinema horror e/o fantascientifico, il pur lacunosissimo mercato homevideo italiano gliene dà la possibilità e anche nei negozi è sempre più facile trovare una sezione corposa rivolta a questi generi. Per un corrispettivo lettore l’impresa sarebbe pressoché impossibile, soprattutto per quanto riguarda l’horror, perché nella quasi totalità delle librerie generaliste lo striminzito scaffale è composto al 90% da Stephen King e al restante 10 da Poe, Lovecraft e fantasy-horror a la Twilight. Perché secondo te siamo ancora così indietro nella divulgazione della cultura horror letteraria? E vedi una soluzione attuabile?
Credo che il problema sia duplice. Il problema più grosso riguarda l’editoria tout court. Ormai le librerie accolgono solo due tipologie di opere: le ultimissime novità (3 mesi) degli editori principali, e i classici, ovvero quegli autori che sono assunti allo status di classico e che quindi vengono regolarmente ristampati. A questo si aggiunge l’ormai cronica mancanza da parte dei grandi editori di “rischiare”, sia nella proposizione di nuovi autori, sia nel recupero di autori dimenticati, e laddove i grossi marchi editoriali mancano, lì cerchiamo di intrufolarci noi! L’unica cosa che smuove gli editori sono i successi televisivi e cinematografici.

Anche alle librerie manca però coraggio, dato che se sapessero osare, Hypnos e altre case editrici indipendenti troverebbero un loro spazio costante. Se questo non succede, vuol dire che va ripensato tutto il sistema. Non credo esista un binomio così totalizzante, così identificativo col genere, come quello di King con l’horror (nemmeno Agatha Christie con il giallo). Per la stragrande maggioranza del lettore medio, chiunque esso sia, la narrativa horror È King.
Il problema è complesso. Il mercato editoriale è molto ampio, il numero di libri pubblicati annualmente in Italia è enorme. Credo che una soluzione possa essere nella personalizzazione delle librerie, così come nell’editoria. Ci sono, anche se poche, librerie specializzate nel genere fantastico (mi vengono in mente Profondo Rosso a Roma, Miskatonic University a Reggio Emilia o Vecchi e Nuovi Mondi a Torino), e librerie non specializzate, ma che possono essere personalizzate, in base alla conoscenza e all’esperienza dei gestori (per esempio il nuovo Mondadori Bookstore a Pavia). Tieni conto che, insieme a Thomas Ligotti, Laird Barron è considerato tra i più importanti autori in assoluto del weird e dell’horror contemporaneo, e sinora siamo gli unici ad averlo pubblicato. La prima miopia è quella degli editori.

“Fare una rivista settoriale credo che sia una scelta ormai obbligata. In un mondo così “ampio”, circoscrivere è l’unica via.”

Così come Junji Ito, uno dei maestri del fumetto horror mondiale, sia da noi in buona parte inedito (anche se quest’anno sono previste diverse pubblicazioni).
In conclusione, ti vorrei chiedere di parlarci del Premio Hypnos, giunto alla V edizione, di nominarci tre pubblicazioni del vostro catalogo a cui sei particolarmente legato e di darci qualche anticipo delle pubblicazioni 2018 Hypnos.
Il Premio Hypnos è stato un po’ il nostro principale veicolo per la pubblicazione di autori italiani. Siamo sempre stati molto attenti anche alla produzione nostrana, come dimostrano i primi numeri della collana Mirabilia, con le opere di Ivo torello, Sergio Bissoli e Lukha B. Kremo, ma è grazie al premio Hypnos che ci siamo aperti completamente anche agli autori italiani. Siamo molto felici di come il premio si sia evoluto e soprattutto della qualità del materiale presentato.
Il premio nasce nel 2014. Il racconto vincitore della prima edizione “Il suo sguardo”, di Moreno Pavanello, è stato pubblicato oltre che sulla nostra rivista (che è il luogo di pubblicazione del racconto vincitore) anche nel volume Nuovi incubi, che raccoglie il meglio del weird internazionale, accanto a nomi quali Jeff VanderMeer o Sofia Samatar. L’anno successivo (2015) è stata la volta di “Ex machina”, di Francesco Corigliano e “I pallidi”, di Giovanni De Feo, nel 2016 ha vinto il racconto dalle atmosfere più spiccatamente horror “Nere colline del supplizio”, di Luigi Musolino (2016) mentre la quarta edizione ha visto vincitore il racconto “Il botanico”, di Andrea Atzori, una storia di fanta-biologia, ispirata all’opera di Leo Lionni. Si tratta di racconti weird, dalle atmosfere particolari, spesso molto diverse tra loro, come dimostra anche l’antologia Strane visioni, che raccoglie il meglio dei primi tre anni del premio Hypnos.
Solo tre pubblicazioni? Dai, facciamo almeno cinque! Eh eh

Vada per le cinque!
La prima è il romanzo “Predatori dall’abisso” di Ivo Torello. Il weird è un genere che a mio parere, tranne in casi speciali, rende il suo meglio nella forma del racconto o romanzo breve. Credo che “Predatori dall’abisso” sia uno dei romanzi weird più divertenti e genuinamente lovecraftiani che io abbia mai letto. Quindi ne sono molto molto fiero.
Poi uno dei due volumi sinora usciti dedicati a Robert Aickman, che ritengo uno dei più grandi autori del fantastico del ‘900. Un autore raffinato che racchiude quella che è per me l’essenza del weird.
Il già citato Der Orchideengarten credo che sia forse il volume di cui vado più fiero, sia per i contenuti che proprio per il volume in sé, nella sua “fisicità”. Il fatto di essere anche un unicum nel panorama europeo e la prima pubblicazione dedicata alla rivista, mi riempie di orgoglio.

Sì, è assolutamente una perla.
Ora vado con i due bonus! Il villaggio nero di Stefan Grabinski è stato anche qui un incipit, il primo volume dedicato allo scrittore polacco pubblicato qui in Italia. Non a caso poi sulla scia della nostra pubblicazione anche altri editori si sono accorti della presenza di questo grande autore, un vero classico del fantastico dimenticato.
Per ultimo la raccolta Nuovi Incubi, che credo abbia veramente aperto anche per il pubblico italiano il mondo del weird contemporaneo, una raccolta antologica di oltre venti autori, microuniversi che si aprono per i lettori più curiosi.
Passiamo alle novità del 2018. per quel che riguarda i classici è in uscita a breve un volume dedicato ad Arthur Machen, che conterrà il romanzo breve inedito in Italia “Un frammento di vita”, unitamente a uno dei suoi più grandi capolavori, “Il popolo bianco”, testo ormai da tempo irreperibile in libreria.
Sarà poi la volta del secondo volume dedicato ai racconti di mare di William Hope Hodgson, curato da Pietro Guarriello, secondo dei tre volumi che raccoglieranno tutta la narrativa di mare di Hodgson.
Nel versante contemporaneo invece le due principali novità saranno due nuovi romanzi, l’edizione italiana di “The Dream-Quest of Vellitt Boe”, di Kij Johnson, con la traduzione di Luca Tarenzi, un bellissimo testo di ispirazione chiaramente lovecraftiana, e il nuovo romanzo di Ivo Torello, “La casa delle conchiglie”, che siamo certi stupirà e appassionerà tutti i nostri lettori.

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