Vegetariana o meno, ha davvero importanza?

Tra una lacrima di commozione e l’altra, Coco, l’ultimo campione d’incassi targato Pixar, ha ribadito una verità che rimane molto spinosa, quella della fumosità dei destini artistici. Che non così raramente di meritocratico hanno molto poco, ma sono frutto piuttosto di fortuna, caso, pelo sullo stomaco, imposizioni non propriamente benvolute dalla divin giustizia, o una commistione di tutto ciò. Opere il cui successo esula dalla qualità intrinseca e si materializza per motivi poco prevedibili.

Tra questi, un caso che non cessa di far discutere in campo letterario è quello de La Vegetariana, romanzo del 2007 della coreana Han Kang che, rimasto pressoché sconosciuto fuori dai confini nazionali per quasi un decennio, ha incontrato una straordinaria fortuna critica tramite la sua traduzione inglese, che l’ha portato a vincere nel 2016 il Man Booker Prize (prima scrittrice coreana e primo romanzo a vincerlo nella storia della competizione, che fino all’anno prima premiava l’autore, non una sua singola opera).

Il motivo per cui tanto si è parlato e si parla della traduzione, realizzata dalla britannica Deborah Smith, sta nel fatto che in Corea, smaltita la sbornia d’entusiasmo per la vittoria, si sono accorti e lamentati che il lavoro della Smith, che studia il coreano dal 2009 ed è attualmente ricercatrice alla School of oriental and african studies di Londra, è pieno di difetti: errori ed omissioni sono oltre il consentito (secondo la Ewha womans university di Seul il 10,9% della prima delle tre parti del romanzo è stato tradotto male, mentre il 5,7% del testo originale nella stessa è stato omesso) e, fatto ancor meno gradito dai coreani, sono stati occidentalizzati tono e stile del romanzo. Riportiamo frammenti dell’articolo apparso sul numero 1230 di Internazionale, uscito lo scorso novembre: “Ma sempre in base alla ricerca citata prima, ben il 31,5 per cento della prima parte del testo consiste in abbellimenti della traduzione, che alterano significativamente tono e stile. In coreano le frasi di Han Kang sono asciutte, a volte quasi frammentarie. Al contrario lo stile di Smith è alto, formale, con accenti lirici. […] Cho Jae-ryong, professore e critico letterario, sottolinea questo aspetto affermando che Yeong-hye (la protagonista del romanzo, ndr) è “passiva e trasognata, oppressa dal sistema patriarcale coreano”, mentre “l’interpretazione scorretta di Smith la ritrae come una persona attiva e razionale”. Ma sono proprio le qualità da “vittima” passiva a rendere indigesta gran parte della narrativa coreana. Agli occidentali piacciono storie di personaggi attivi e razionali, che combattono per superare ostacoli. Nella versione di Smith è quanto meno accentuato l’atteggiamento di sfida di Yeong-hye, nel rifiuto assoluto di mangiare la carne”.

“Talvolta la traduzione può essere più efficace dell’originale, se mettiamo da parte la questione del primato”

La Smith si è sempre difesa dalle accuse sostenendo che non ha mai tradito lo spirito del libro e che nel tradurre, per essere fedeli a certi aspetti della pagina originale, si deve non esserlo ad altri.
Ma la polemica continua, anche per il fatto che la traduzione della Smith è stata presa come base per la traduzione in altre lingue, tra cui quella italiana, realizzata da Milena Zemira Ciccimarra per Adelphi. Come molto ben spiegato pochi giorni fa dal Post, quella di tradurre non dalla lingua originale, bensì da un’altra lingua (quasi sempre l’inglese), è una prassi che prende il nome di lingua ponte e che è tuttora diffusa per testi in lingue rare.

D’accordo, ma allora cosa significa tradurre? Un interessante articolo pubblicato la settimana scorsa sul sito del Chicago Review of Books chiede, con una domanda che effettivamente sa ancora di provocazione, se la poesia sia intraducibile. E altrettanto provocatoriamente risponde, citando Lee Yew Leong, il fondatore di Asymptote, importante rivista del settore, che “talvolta la traduzione può essere più efficace dell’originale, se mettiamo da parte la questione del primato”.
Ancora più tagliente era il parere di Mario Maldesi, il più grande direttore di doppiaggio della storia del cinema italiano, che sosteneva che “un film ben doppiato è un film diverso dall’originale, un gemello ma diverso” e che “se per dialoghi si intende una traduzione letterale, allora dico che non serve a niente, è una non-lingua”.

Due pareri che sposiamo in pieno e che mettiamo alla prova con un esempio magari estremo ma senza dubbio perfetto: un limerick di Edward Lear, prima in originale, poi nella storica traduzione di Carlo Izzo.

There was an Old Man of the South,
Who had an immoderate mouth;
But in swallowing a dish,
That was quite full of fish,
He was choked, that Old Man of the South.

C’era un vecchio di Licata
Dalla bocca smisurata;
Ma l’atto d’inghiottire un piatto tondo,
D’ogni sorta di pesci ricolmo,
Fu la morte di quel vecchio di Licata.

Oltre ai cambi sostanziali dovuti a esigenze di rima e ritmica, che hanno tutt’al più reso il vecchio protagonista da indefinitamente meridionale a siciliano, il passaggio più importante sta nell’ultimo verso. Per Izzo e noi italiani il vecchio, inghiottito il piatto, muore; per Lear e gli anglofoni il vecchio rimane strozzato. È presumibile che sia morto; è magari implicitamente suggerito che sia morto; ma non è possibile saperlo. Quello che nel verso originale è lasciato all’interpretazione del lettore, nella traduzione italiana diventa fatto certo.

Il gemello diverso di maldesiana memoria è quindi un traditore sia letterale che di senso, ma questo lo rende in automatico una traduzione brutta, o sbagliata? No, assolutamente. Ci può far forse dire che non è Lear, ma anche – se ci passate la sfumatura – che è senza ombra di dubbio un limerick di Lear. E che il Lear italiano può essere considerato superiore all’originale inglese.

Se si fa qualche sporadica, illustre eccezione (come Nabokov e Beckett, spesso traduttori in inglese delle proprie opere russe e francesi), tutti i grandi autori della letteratura hanno dovuto arrendersi al fatto di dover essere in qualche modo fraintesi, nella conversione delle loro opere in lingue straniere. Non sono comunque mosche bianche gli autori che affrontano direttamente la questione, talvolta in maniera peculiare.

Ad esempio, Particelle, romanzo dell’iraniana Soheila Beski edito da Ponte33, ha una vita piuttosto curiosa: pubblicato nel 2009 in Germania in persiano, il libro è stato tradotto in inglese – ma non pubblicato – con tagli di testo e alcune modifiche. Ebbene, la versione italiana di Ponte33 è sì tradotta dal persiano, ma a partire dalla versione tagliata e modificata della traduzione inglese. E non per pigrizia o libero arbitrio dell’editore, ma perché così espressamente richiesto dall’autrice stessa.

La stessa Kang seguì in itinere la traduzione de La Vegetariana della Smith, da lei definita una traduttrice magnifica, tanto che il rapporto professionale è proseguito con Human Acts (ed. italiana Atti Umani, sempre Ciccimarra e Adelphi) e The White Book (ancora inedito da noi). Ad affossare di fatto le polemiche, essendo la stessa autrice soddisfatta dell’operato della sua “voce inglese”.

Tra una traduzione letterale e una soggettiva, tra una buona e una cattiva, tra una diretta e una ponte, scegliamo una traduzione. Che ci sia, ecco tutto.

Esempi e citazioni non hanno però risposto alla domanda iniziale. Ebbene, non esiste una risposta univoca a cosa significhi tradurre un brano letterario, perché ogni tentativo finisce per minare parte delle fondamenta su cui si poggia il testo d’origine. L’unica verità è che tra noi e una pagina straniera ci sarà sempre un muro, quantomeno parziale. Tradurre è in fondo limitare i danni, tradurre è (fa diventare) un altro. Ma una volta accettata questa barriera d’incomprensione, ad aspettarci ci sono solo i vantaggi.

Tra una traduzione letterale e una soggettiva, tra una buona e una cattiva, tra una diretta e una ponte, scegliamo una traduzione. Che ci sia, ecco tutto. Perché è meglio avere che non avere. È meglio avere la possibilità di conoscere autori e opere di grande spessore, seppur in una forma rivedibile, che non averla affatto. E per noi lettori dell’edizione italiana, pur non potendo fare alcun parallelo con il testo originale, La Vegetariana rimane un romanzo di grande fascino e profondità, nonostante la presunta fallacia della sua conversione.

L’intera querelle ricorda quella culinaria sull’autenticità delle cucine che abbiamo assimilato e amato in questi ultimi decenni di globalizzazione massiccia: giapponese, cinese, messicano, thailandese, indiano, che poco hanno a che vedere con il “vero” cibo proveniente da quei paesi. Sono rielaborazioni basate sui nostri gusti, una nostra soggettiva versione di culture a cui possiamo approcciarsi, senza però capirle davvero. Di fatto la traduzione della Smith mette a nudo il nostro approccio, che di globalizzato ha giusto la nostra attitudine a riversare il nostro occhio su qualsiasi cosa. In fondo, se non possiamo conoscere la versione autentica di una cosa, perché privarsene in toto?

Questo è riferibile a qualsiasi campo artistico. Se vi venissero a dire che conoscete un classico da voi amatissimo tramite un’edizione e una traduzione tremende, lontanissime dal “vero” cuore del romanzo, cambiereste subito giudizio? Peggio: vi importerebbe qualcosa? Se avete visto grandissimi film solo tramite una vecchia vhs, o su qualche canale televisivo che ha messo in mostra fotografia sballata, aspect ratio deformante e cattivo doppiaggio – e magari con qualche scena tagliata! – e l’avete amato lo stesso; questo significa che non avete compreso il film? O che avete tradito il suo spirito? O addirittura che non l’avete visto?

Pur nell’ovvia convinzione che un’opera, di qualunque tipo, vada preservata e divulgata il più possibile nella forma filologicamente migliore, siamo altrettanto convinti che la linea di demarcazione tra interpretazione legittima e interpretazione sbagliata nell’atto di traduzione da una lingua all’altra sia molto poco definibile, spesso troppo soggettiva (concetto di “traduzione errata” compreso). E che l’opera, sempre molto più importante della mano che l’ha realizzata, sempre troverà un modo per mostrarsi. Magari in una maniera non prevista, né voluta, né apprezzata dal suo creatore o dai sostenitori dell’intoccabilità della forma primigenia, ma non per questo meno intrigante e “vera”.

In definitiva, una traduzione de La Vegetariana “corretta” e fedele allo spirito dello stile dell’originale coreano avrebbe avuto un successo critico così importante, dandole visibilità, fama e denaro? Han Kang, ne abbiamo il fortissimo sospetto, è l’ultima delle persone a volersi porre la domanda.

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